Perchè ho paura di volare? La fobia come significato simbolico.

Perchè ho paura di volare? La fobia come significato simbolico.

Perchè ho paura di volare?

Nel mio percorso clinico e formativo mi sono imbattuto spesso nelle problematiche legate all’ansia o a strutturazioni fobiche.

L’ansia come attivatore e la paura come allarme non sono di per sé un problema anzi sono spesso la soluzione o l’appoggio per il superamento o l’evitamento ano di alcuni potenziali pericoli. Possono permetterci di prepararci ad un evento difficoltoso o evitare di esporci troppo presto cadendo in un rischio a volte inutile.

Detto questo è chiaro che le ansie per questioni non imminenti o irrilevanti e la paura difronte ad un pericolo non reale sono non solo inutili, ma bloccanti ed a volte castranti delle nostre possibilità e del rafforzo dell’autostima.

Spesso, come nel caso della paura di volare, le nostre fobie assumo un simbolismo legato a questioni non risolte o a difficoltà che nulla hanno a che vedere con la forma che gli abbiamo dato.

Cosa si nasconde dietro la fobia o l’ansia?

Dietro alla nostra fobia o ad un’ansia incoerente si nasconde una mancanza di Permessi, come verrebbero definiti in Analisi Transazionale, che bloccano le nostre vere necessità ed i nostri bisogni e desideri.

Nel corso del nostro sviluppo gli eventi che sono capitati, le relazioni familiari e non che abbiamo avuto, il contesto culturale ci ha fatto credere che non avremmo mai potuto essere come volevamo essere e per vincere questa sfiducia abbiamo dovuto adattarci, per non soffrire troppo, per non andare contro alle persone per noi importanti, le nostre fonti di amore.

Per non perdere tutto questo abbiamo costruito un Genitore Critico a cui abbiamo creduto, che ci svaluta, che ci fa credere che “non siamo OK”, e gli abbiamo messo il vestito per noi più congeniale, come quello della paura di volare, ad esempio, magari lo abbiamo fatto perché dicendoci che avevamo paura di volare non avremmo mai potuto inseguire il nostro sogno di viaggiare, di vedere nuove culture, di fare il lavoro che ci sarebbe sempre piaciuto. Ma piano piano abbiamo ridotto il nostro raggio di azione, anche fisicamente, e ci siamo adattati a distanze minori, a possibilità minori, a quello che ci poteva offrire il nostro territorio, in modo in parte da sopravvivere magari anche abbastanza bene ed in parte per non perdere quelle che potevano essere le nostre certezze, le nostre fonti di amore.

Il percorso della terapia può aiutare a fare chiarezza su queste fobie o sulle nostre ansie, a ricercarne i significati simboli che nascondono e a poterci permettere di prendere nuove decisioni.

Il Progetto “Come Voglio il mio Tifo”

Il Progetto “Come Voglio il mio Tifo”

Progetto “Come Voglio il mio Tifo”, nella stagione calcistica 2016-2017, la collaborazione tra uno Psicologo, Simone Puccinelli, e la società sportiva Tau Calcio Altopascio ha portato allo splendido progetto

A partire dal mese di settembre 2016 attraverso incontri preliminari con i coordinatori dell’attività tecnica di tutto il settore scuola calcio, i responsabili del tau ed i ragazzi, è stato preparato un terreno di riflessione su una tematica che il Tau, ma visti gli eventi contingenti a questa stagione la comunità sportiva tutta, riteneva di necessaria valutazione ed intervento come il tema del tifo alle gare.disegni

L’importanza del tifo

La premessa è relativa all’importanza del il tifo e del comportamento, non solo all’interno del campo di gioco ma anche tenuto sugli spalti durante le esibizioni, non è soltanto un fattore fondamentale nell’educazione da trasmettere ai ragazzi in formazione, ma influisce sul clima in cui i ragazzi fanno attività e direttamente sul loro senso di appartenenza ad un gruppo, sul senso di autostima personale e sulla crescita identitaria di ciascun ragazzo-atleta.

La preoccupazione e la volontà della società era quella di valutare lo stato dell’arte, cioè la percezione che i bambini della scuola calcio hanno del tifo alle loro partite e di quanto gli influenzi, e di portare la riflessione agli adulti, dirigenti, genitori e simpatizzanti, sull’importanza del loro ruolo in una formazione efficace e sul comportamento percepito dai loro figli, atleti, amici.

Informare le famiglie e coinvolgere istruttori ed atleti

La prima fase quindi è consistita nell’informare le famiglie del progetto e chiedere la loro partecipazione e soprattutto il supporto ai loro figli. Con gli atleti di tutte le scuole calcio, Badia, Lucca e Altopascio è stato effettuato un incontro in cui si richiedeva il loro aiuto, volevamo che dicessero attraverso un disegno quello che vedono e sentono durante le loro gare-esibizione nel modo più personale possibile, senza l’aiuto di nessuno, non importava la qualità del disegno, ma la loro opinione sulla domanda che la società gli poneva:” Com’è il tifo durante le vostre gare?”.

Gli istruttori hanno condiviso e supportato il progetto partecipando agli incontri e rinforzando i ragazzi ad esprimere la loro opinione e monitorando l’andamento della raccolta dei disegni.

Il pensiero dei bambini: i loro disegni.

I disegni raccolti alla fine di questa prima fase sono stati circa 120.

Dal lavoro dei bambini e dei ragazzi che andavano dai 5 anni agli 11 anni è emerso un quadro non troppo variegato, questo a rinforzare l’idea societaria che in un ambiente come il Tau Calcio dove l’attenzione non è solo centrata sulla crescita sportiva ma soprattutto umana dei ragazzi atleti, la struttura esplicita, quindi le regole, e quella implicita, il modo in cui i membri della società si comportano sembra influenzare il vissuto ed il tifo alle gare, quanto meno ad un livello macro il clima è sicuramente più disteso ed attento ai ragazzi.

In nessuno disegno si sono evidenziati comportamenti negativi eccessivi (violenza verbale o fisica, etc.). Emergono dai disegni alcuni aspetti sia positivi che negativi che possiamo ricondurre al tifo e alla sua influenza sullo sviluppo dei ragazzi.

allestimento mostraAttraverso disegni e scritte emerge, come per i ragazzi sembra essere presente una pressione da parte dell’esterno. Le aspettative riposte su di loro possono essere sproporzionate e questo può portare a disagio ed insicurezza. I comportamenti del pubblico possono distrarre, provocare disagi all’interno del gruppo squadra, sminuire le qualità di un bambino o portare nel caso opposto a ipervalutare le proprie capacità, tutto questo influisce direttamente non solo sulla prestazione, ma sulla formazione e l’impegno, sulla costruzione identitaria del bambino e nelle relazioni all’interno del gruppo squadra. I genitori e le figure di riferimento con il loro esempio e con i loro comportamenti influenzano il vissuto ed il comportamento dei bambini. Tutto questo risulta ben visibile nelle opinioni espresse dai ragazzi attraverso il disegno.

L’importanza del “buon” tifo.

Emergono però anche le molte qualità positive del tifo. Dalle immagini e dalle parole dei bambini si capisce con chiarezza l’importanza del “buon tifo”.

Il sostegno ed il supporto offerto non solo ai piccoli atleti nel momento dello svolgimento di un’attività per loro molto importante, ma il riconoscimento ed il supporto del gruppo a cui il bambino appartiene, permette ai bambini di costruire un senso di appartenenza, riconosciuto dalle figure significative, necessario nello sviluppo della propria identità di individuo.

Il “buon tifo” rinforza l’impegno, la bontà delle proprie scelte e del proprio cammino, le relazioni all’interno del gruppo squadra.

La Mostra.

Da questo contesto nasce la mostra “Come vorrei il mio tifo”, che per più di un mese è stata esposta allo stadio di Altopascio, dove tutte le produzioni artistiche dei ragazzi della scuola calcio sono state esposte per essere visionate da genitori, amici e sostenitori, prima di fare il loro ingresso sugli spalti, nell’intento di far vedere quello che i ragazzi percepiscono del tifo e innescare così una riflessione personale su ogni visitatore su come lui si relazione a questa percezione in vista del comportamento tenuto da ognuno durante le gare.

Per alimentare questa riflessione alla fine del periodo della mostra è stata fatta una serata inil bello del tifoformativa e di scambio, aperta a tutti, dove è stato spiegato il lavoro dietro al progetto e dove sono stati portati spunti per riflettere sull’importanza del tifo e dell’esempio in modo tale da poter aprire un dibattito che permetta a tutti di essere più consapevoli su come tifiamo e su come vogliamo che i “nostri figli” percepiscano questa parte così importante e bella dell’essere sportivi.

La partecipazione è stata buona e sicuramente ha destato l’interesse di tutto il movimento Tau. Il confronto rimane aperto saranno altre le attività che la società porterà avanti, anche sui social network, che cercheranno di alimentare il dibattito e creare sempre più consapevolezza sull’importanza del “TIFO CONSAPEVOLE”.

Camminare: filosofia e psicoterapia

Camminare: filosofia e psicoterapia

Perché Camminare?

Come dice Demetrio: “camminare è sentire, scoprire, tornare al piacere del corpo in movimento”, un tempo importante in una vita che è solita chiedere delle performance.

Passeggiando i nostri sensi percepiscono l’aria, il cambiare delle stagioni, percepiamo i nostri piedi in contatto con il suolo, la sabbia, l’erba.

Una Camminata, come un’ora ritagliata nella frenesia della nostra vita, magari all’alba o a tarda sera, anche nei luoghi soliti o quotidiani, può piacevolmente invitarci ad una relazione tra pensiero, mondo interiore e benessere fisico.

Quali evidenze?

Numerosi studi dimostrano che una Camminata di almeno 30 minuti, con andatura decisa, contribuisce al nostro benessere fisico, facilita il rilascio di endorfina e serotonina che combattono il cortisolo, l’ormone dello stress. Quindi un benessere fisico e mentale.

Il Camminare come metafora della vita.

La figura di chi è in cammino in molta bibliografia evoca il perseguimento di una meta, l’assolvimento di una missione.

Quindi da un parte la definizione dell’obiettivo dall’altra come rintracciabile nella filosofia esistenzialista dello spagnolo Miguel de Unamuno nel suo aforisma “la strada la scopri mentre sei in cammino”, il camminare come la possibi

evento 5 maggio 2017 Cammina Menti Lucca

evento 5 maggio 2017 Cammina Menti

lità di costruire nuovi percorsi, affrontare nuovi sentieri, trovare nuove soluzioni o cambiare meta.

Entrambe modalità importanti che definiscono il viaggio della vita che parte da basi più o meno solide, percorrendo sentieri conosciuti e poi può dover affrontare imprevisti, nuove opportunità o costruire nuove strade, magari per tornare a percepire i sentieri iniziali in modo nuovo.

Cammini che possono trovare blocchi o difficoltà, un’immobilità che porta fin anche alla patologia. E’ qui che si inserisce la psicoterapia come relazione per far ripartire il movimento, fine e mezzo dell’evoluzione umana e dell’equilibrio psichico.

Un affascinante percorso, fianco a fianco di due viandanti nei sentieri della vita. Uno impaziente e impaurito, bloccato, che vorrebbe a volte correre, a volte deviare. L’altro, esperto che conosce le insidie della strada e lo sa condurre nell’esplorazione dei suoi sentieri segreti.

Quindi come nella camminata, nella psicoterapia si pone l’attenzione sull’importanza di vivere intensamente ogni momento. Per poter essere pronti ad affrontare gli imprevisti, a costruire i propri sentieri, definendo il viaggio camminando e godendoselo, senza dimenticare di accompagnarci con l’ironia. il buonumore e l’amore.

Un proverbio cinese dice che il segreto per vivere a lungo è: mangiare la metà, camminare il doppio, ridere il  triplo e amare senza misura. 

Parliamo di umore: depressione e tristezza.

Parliamo di umore: depressione e tristezza.

Depressione e Tristezza, naturale indole umana e patologia.

Quando parliamo di umore potremmo intendere l’indole, il carattere di una persona, sia come qualità costante, sia come atteggiamento transitorio, una particolare disposizione dell’animo.

In psicopatologia, per distubi dell’umore si intendono quelle variazione del tono dell’umore di una persona tali da provocare problemi o disfunzioni persistenti o ripetute.

In questo articolo, il primo di una serie, vorrei introdurre il tema dell’umore non legandolo esplicitamente ad un disturbo manualistico, ma avvicinandomi al concetto di personalità, e come tale, ad una attitudine che può riguardare tutti noi.

L’umore può essere considerato come un continuum che va dal disturbo depressivo alla mania. Sul quale ognuno di noi si può porre in un punto a lui più congeniale. In questo primo intervento vorrei incentrarmi sul lato del continuum che attiene gli aspetti depressivi.

Quando parliamo di depressione possiamo immaginare il disturbo depressivo maggiore (termine tratto dal Manuale diagnostico DSM, ed esempio di uno dei disturbi inerenti allo spettro dell’Umone): un alterazione del tono dell’umore verso forme di tristezza profonda, accompagnata da riduzione dell’autostima, bisogno di autopunizione, disturbi del comportamento e delle funzioni corporee.

Ma nell’uomo non esiste solo il disturbo, in quanto tale e patologico, ma anche una naturale tendenza alla tristezza, ne sono esempio le normali reazioni di lutto.

depressività

depressività

Seguendo lo psicanalista francese Pierre Fedida, si potrebbe dire che esiste una differenza tra depressività inerente la vita psichica, di ogni essere umano, per la quale è importante attraversare una fase depressiva per assicurarsi protezione, equilibrio e regolazione della vita, e lo stato depressivo che rappresenta un’esasperazione delle difficoltà e dell’autocolpevolizzazione.

[Tweet “per l’essere umano è importante attraversare una fase depressiva per assicurarsi protezione, equilibrio, regolazione #Fedida”]

Quello che intende l’autore è che per ognuno di noi, con le distinte differenze personali legate al temperamento e alla propria storia, è normale e sano avere reazioni depressive, provare tristezza e senso di colpa, queste possono essere spie di uno stato di cambiamento, legato alla necessità di lasciare qualcosa di sicuro per qualcosa di nuovo. La depressività ci può essere di aiuto come campanello di allarme di un possibile cambiamento, una tristezza che può essere necessaria da affrontare, una tristezza che prelude una modificazione e può essere positiva.

La depressività può far parte di ognuno di noi con le eventuali differenze e sfumature e può costituire un indole più o meno positiva della nostra personalità, ci può permettere di essere riflessivi e protettivi nei nostri confronti permettendoci di prenderci cura del nostro vissuto e di poterlo superare.

Una struttura depressiva

Alcuni di noi possono avere una struttura depressiva che può, più o meno, essere funzionale al nostro funzionamento sociale, ma questa sensibilità può non tramutarsi mai in uno stato depressivo conclamato, in una vera e propria patologia, anche se rimane, come dire, un fattore di rischio.

Lo struttura depressiva o il disturbo conclamato, sono spesso invalidanti a livello personale e delle relazioni sociali: subentra un’incapacità ed una difficoltà fisica nel fare le cose, il senso di colpa diventa una macigno troppo pesante e paralizzante, sono presenti spesso problematiche legate al sonno ed al cibo, si ha difficoltà e non si trova stimolo nelle azioni che compiamo ogni giorno e nelle relazioni, tanto che dentiamo a isolarci e ha non avere la forza e al non riuscire ad andare a lavoro, ad uscire con gli amici.

Questi stati necessitano di un intervento specifico, in alcuni casi a seconda della grado in cui sono invalidanti integrato tra psichiatra e psicoterapeuta, quindi psicofarmacologico e psicoterapico, che tende ad eliminare l’emrgenza del sintomo acuto per poi lavorare sulle dinamiche di funzionamento del paziente, in  modo tale che possa modificare e cambiare questa sua indole trovando delle nuove strategie per lui più adattive. Anche nel caso delle sintomatogie più lievi integrate nella modalità di funzionamento di ognuno di noi può essere molto utile se non necessario l’incontro terapeutico che ci permetta di valutare in modo nuovo e superare quei blocchi che abbiamo sempre associato alla frase “è il mio carattere”!

Dall’altro capo del continuum troviamo la maniacalità, di cui parleremo nel prossimo intervento.

Sofferenza, autosvelamento e terapia

Sofferenza, autosvelamento e terapia

Che cos’è la sofferenza? E’ di tutti? Va riconosciuta? Va svelata? La sofferenza è spesso legata alla patologia clinica (intesa come disturbo diagnosticato tramite i criteri di un manuale), ma più generalmente la sofferenza è legata ad uno stato di malessere interno difficilmente identificabile, spesso spaventoso e da nascondere.

Non sempre quello che pensiamo corrisponde alla realtà o è funzionale nel “qui e ora”. E’ vero, non tutto è patologia, ma non tutto è semplicemente risolvibile con le proprie forze o è solo un “mio” problema.

La sofferenza è un campanello d’allarme di un nostro malessere e quando è condizione costante, spesso è indice di una nostra modalità, legata alla credenza che sia impossibile modificare quel pensiero, quel comportamento o quella sensazione.

Quasi nulla è predeterminato se non la nostra genetica, che fa si che siamo più o meno predisposti o vulnerabili ad un tratto di personalità o ad un disagio (un umore tendenzialmente più depresso, un carattere più ansioso, la tendenza ad essere molto precisi, emotivi, razionali).

La sofferenza può essere anche una porta che si apre verso il cambiamento ed in questo può essere d’aiuto l‘incontro terapeutico, tra paziente e professionista.

Un incontro che può essere descritto come un viaggio verso il cambiamento, un viaggio che paziente e professionista affrontano insieme, all’interno di un luogo terapeutico. Un luogo non visto solo come la stanza fisica, ma come un dialogo interno tra i valori e le norme ed i bisogni e le possibilità del paziente.

Il terapeuta come un compagno di viaggio in possesso di strumenti per accompagnarci a raccontare e sperimentare le sofferenze in maniera diversa.

Nel luogo terapeutico è possibile l’autosvelamento della sofferenza cambiano, le condizioni esterne e aumentano le possibilità ; a volte siamo costretti ad esprimere la sofferenza nel nostro ambiente, bloccati da quelle che crediamo siano le risposte che gli altri si aspettano da noi, un’aspettativa che addirittura sentiamo necessaria alla nostra sopravvivenza. Non esiste un’altra possibilità, questo è il modo che abbiamo appreso e pensiamo che non esistano altre tipologie di relazione.

Nell’incontro terapeutico possiamo lentamente sperimentare il cambiamento dove, protetti dal luogo fisico e da un professionista, possiamo usare la terapia come prova generale della vita.