Parliamo di umore: depressione e tristezza.

Parliamo di umore: depressione e tristezza.

Depressione e Tristezza, naturale indole umana e patologia.

Quando parliamo di umore potremmo intendere l’indole, il carattere di una persona, sia come qualità costante, sia come atteggiamento transitorio, una particolare disposizione dell’animo.

In psicopatologia, per distubi dell’umore si intendono quelle variazione del tono dell’umore di una persona tali da provocare problemi o disfunzioni persistenti o ripetute.

In questo articolo, il primo di una serie, vorrei introdurre il tema dell’umore non legandolo esplicitamente ad un disturbo manualistico, ma avvicinandomi al concetto di personalità, e come tale, ad una attitudine che può riguardare tutti noi.

L’umore può essere considerato come un continuum che va dal disturbo depressivo alla mania. Sul quale ognuno di noi si può porre in un punto a lui più congeniale. In questo primo intervento vorrei incentrarmi sul lato del continuum che attiene gli aspetti depressivi.

Quando parliamo di depressione possiamo immaginare il disturbo depressivo maggiore (termine tratto dal Manuale diagnostico DSM, ed esempio di uno dei disturbi inerenti allo spettro dell’Umone): un alterazione del tono dell’umore verso forme di tristezza profonda, accompagnata da riduzione dell’autostima, bisogno di autopunizione, disturbi del comportamento e delle funzioni corporee.

Ma nell’uomo non esiste solo il disturbo, in quanto tale e patologico, ma anche una naturale tendenza alla tristezza, ne sono esempio le normali reazioni di lutto.

depressività

depressività

Seguendo lo psicanalista francese Pierre Fedida, si potrebbe dire che esiste una differenza tra depressività inerente la vita psichica, di ogni essere umano, per la quale è importante attraversare una fase depressiva per assicurarsi protezione, equilibrio e regolazione della vita, e lo stato depressivo che rappresenta un’esasperazione delle difficoltà e dell’autocolpevolizzazione.

[Tweet “per l’essere umano è importante attraversare una fase depressiva per assicurarsi protezione, equilibrio, regolazione #Fedida”]

Quello che intende l’autore è che per ognuno di noi, con le distinte differenze personali legate al temperamento e alla propria storia, è normale e sano avere reazioni depressive, provare tristezza e senso di colpa, queste possono essere spie di uno stato di cambiamento, legato alla necessità di lasciare qualcosa di sicuro per qualcosa di nuovo. La depressività ci può essere di aiuto come campanello di allarme di un possibile cambiamento, una tristezza che può essere necessaria da affrontare, una tristezza che prelude una modificazione e può essere positiva.

La depressività può far parte di ognuno di noi con le eventuali differenze e sfumature e può costituire un indole più o meno positiva della nostra personalità, ci può permettere di essere riflessivi e protettivi nei nostri confronti permettendoci di prenderci cura del nostro vissuto e di poterlo superare.

Una struttura depressiva

Alcuni di noi possono avere una struttura depressiva che può, più o meno, essere funzionale al nostro funzionamento sociale, ma questa sensibilità può non tramutarsi mai in uno stato depressivo conclamato, in una vera e propria patologia, anche se rimane, come dire, un fattore di rischio.

Lo struttura depressiva o il disturbo conclamato, sono spesso invalidanti a livello personale e delle relazioni sociali: subentra un’incapacità ed una difficoltà fisica nel fare le cose, il senso di colpa diventa una macigno troppo pesante e paralizzante, sono presenti spesso problematiche legate al sonno ed al cibo, si ha difficoltà e non si trova stimolo nelle azioni che compiamo ogni giorno e nelle relazioni, tanto che dentiamo a isolarci e ha non avere la forza e al non riuscire ad andare a lavoro, ad uscire con gli amici.

Questi stati necessitano di un intervento specifico, in alcuni casi a seconda della grado in cui sono invalidanti integrato tra psichiatra e psicoterapeuta, quindi psicofarmacologico e psicoterapico, che tende ad eliminare l’emrgenza del sintomo acuto per poi lavorare sulle dinamiche di funzionamento del paziente, in  modo tale che possa modificare e cambiare questa sua indole trovando delle nuove strategie per lui più adattive. Anche nel caso delle sintomatogie più lievi integrate nella modalità di funzionamento di ognuno di noi può essere molto utile se non necessario l’incontro terapeutico che ci permetta di valutare in modo nuovo e superare quei blocchi che abbiamo sempre associato alla frase “è il mio carattere”!

Dall’altro capo del continuum troviamo la maniacalità, di cui parleremo nel prossimo intervento.

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